
I Balli
Ogni ballo è eseguito da otto o dieci coppie, accompagnate da un’orchestra di circa dieci componenti.
Di seguito una rassegna delle coreografie dell’associazione Urbanitas.

Sull’aria di una polka particolarmente diffusa nelle campagne della zona fino agli anni Cinquanta, lo Sterpe, rapido e coinvolgente, nacque negli anni Settanta dal lavoro di coreografi che hanno raccolto una serie di passi sopravvissuti al tempo.

«Correzione di Manferrina, ballo villereccio, allegro e di movimenti vivaci, cosiddetto perché un tempo in voga nel Monferrato»[1], la Manfrina affonda le sue origini nella corte di Francia, dove era già diffusa nel XVIII secolo e musicata con strumenti ad arco. Tramite l’intermediazione dei servitori della nobiltà locale, fu introdotta nello stivale sul finire dello stesso secolo, per poi assumere nelle varie regioni forme diverse grazie agli influssi del folclore autoctono. La versione riproposta dal gruppo Urbanitas conserva tuttora la figura del maestro di cerimonia, un ballerino che detta ad alta voce cambi e passaggi di dama.
[1] E. Mestica, Dizionario della lingua italiana, Torino, Lattes, 1955, alla voce “manfrina”.

La Mazurca nacque in Polonia nel Cinquecento come danza tipicamente popolare; a seguito di una consistente diffusione in tutta Europa, in epoca napoleonica fu introdotta in Italia centro settentrionale subendo personalizzazioni regionali.

Vallate vallerì (“ballate ballerini”) è il ballo attraverso il quale si aprivano le feste nella casa del fattore: tutti i mezzadri erano invitati a parteciparvi, portando omaggio, più per dovere che per ammirazione, alla padrona di casa o alla figlia del fattore.

La Piazza de Montegallo era eseguita solitamente in occasione della festa del santo patrono. In un ritmo serrato di volteggi e passamano, si accompagna a un omonimo canto la cui protagonista è la figlia del contadino, che non trova i vestiti adatti per recarsi alla festa nella piazza dell’ipotetico paese di Montegallo.

La Montagnola è una coreografia recitata semplice ma coinvolgente, che narra la storia d’amore fra una ragazza di montagna, la montagnola, e un marinaio, separati dalla distanza fra le due culture. Il ballo, accompagnato da un canto ripartito in un coro maschile e uno femminile, è eseguito con delle brocche dipinte a mano fedelmente rispettose dell’antica usanza.

Il repertorio prosegue con Tre zumpi sull’ara (“tre salti sull’aia”), danza di ricerca elaborata negli anni Ottanta sull’aria di un valzer, la cui denominazione allude ancora una volta all’allegria che accompagnava la fine di ogni lavoro campestre.

Vi è infine U vallu che non va vè (“il ballo che non va bene”). Il nome di questo ballo elegante e scenografico nasce dai continui sbagli dei ballerini meno esperti che vi si cimentavano, unito all’impossibilità di un serio corteggiamento dovuto al continuo scambio delle coppie.

Fra tutti spicca il saltarello. Re dei balli marchigiani, ma sensibilmente diverso da paese a paese, il saltarello è un ballo di coppia, rigorosamente accompagnato da organetto e tamburello. Il gruppo Urbanitas lo esegue con particolare vivacità e riproponendo la scena che verisimilmente doveva aver luogo sull’aia, tanto da meritare la definizione di saltarello a terremoto. Le donne si dedicano alla filatura, all’uncinetto, al ricamo, alla scartocciatura (“spannocchiatura” del granoturco), mentre gli uomini si sfidano chiassosamente nel gioco della morra e si alternano in lunghe sorsate di vino. Fra ammiccamenti e provocazioni, le coppie di alternano al centro dell’aia eseguendo i passi fondanti di questo ballo d’improvvisazione: a vallata, o spuntapè, u filó, chiudendo con la scarpetta[1]. Pur rispettando lo schema dei passi base, ogni danzatore perfeziona proprie variazioni e virtuosismi, così che ogni scarpetta sarà sempre diversa dall’altra.
[1] Passo calciato frenetico e cadenzato che subentra ai precedenti nell’istante in cui la musica cambia ritmo. Fra i numerosi modi in cui può essere eseguita vi è la staccia, così chiamata perché il movimento rimanda al gesto delle braccia usato per setacciare la farina.
